
Valentina si chiedeva spesso se ormai fosse troppo vecchia per fare la ballerina, se la lontananza protratta dal palcoscenico le avesse tolto quella grazia tagliente che piega il corpo tormentato per usarlo come strumento di movimento, di volontà.
Si rispondeva ostinatamente di no.
Era sicura di no.
Finché avesse avuto gambe e braccia, una schiena da piegare o contorcere, finché fosse stata in grado di muoversi, lei poteva danzare, ne era sicura.
Anche da sola.
Al freddo.
Nell'oscurità.
A volte, per quanto fosse tardi, per quanto facesse freddo nella vecchia casa malriscaldata, si spogliava e a piedi e seni nudi danzava sudando, ansando, una fitta crudele nel ventre, nella gola, nel cuore, spesso inciampando in ostacoli invisibili, un fianco sbatteva contro la sbarra, colpo di metallo contro la carne che la faceva crollare sul divano esausta e sconvolta.
Nonostante tutto non disperava di trovare di nuovo un principe, con cui danzare il suo Pas de deux.
Viveva nell’attesa di quel momento
Quando si sentiva più sola e disperata del solito, se ne andava nelle discoteche dove al prezzo di una birra poteva ballare tutta la notte sulle note convulse di ritmi ossessivi, un modo di danzare completamente diverso da quello alla sbarra: era un dimenarsi, contoncersi fino allo sfinimento, i capelli appiccicati al viso per il sudore.
Eppure , anche in mezzo a quel frastuono, lei riusciva a conservare quella rigida grazia che dava fierezza al corpo martoriato dal movimento.
C'era sempre qualcuno che, con la scusa della danza, cercava di rimorchiarla, e a volte lei accettava, sperando che il corpo le dicesse che finalmente aveva trovato il suo compagno, per danzare di nuovo il Pas de deux.
Come quando le si avvicinò quel ragazzo biondo.
-Sei una ballerina?- le urlò nell'orecchio l'impaziente voce giovanile- con quel corpo, sei una ballerina professionista?-
-Sì- rispose lei- classica- avrebbe voluto aggiungere.
-Posso offrirti qualche cosa? -
-Birra-
Poi, al buio, in macchina, lui la svestì, lentamente, finché non fu nuda, ubriaca, tremante..
-Quando ti muovi, il tuo corpo parla una lingua che non conosco, fammi capire.
E intanto le accarezzava i seni infantili dai capezzoli eretti.
-Vieni -disse lei- ti farò vedere...-
E lo guidò fuori, nel buio, nudi mano nella mano, dove cominciò a danzare per lui, una Salomé senza veli: strusciandogli i seni contro la schiena, intrappolandogli le cosce con le sue, sfuggendo alle ingorde mani maschili, inarcandosi, perfetta geometria di carne.
Lo invitò a casa sua, nell'appartamento vecchio e in disordine, con il letto traballante, pile di riviste di danza sparse ovunque, vecchie scarpette da ballo e scaldamuscoli.
Fece all’amore con lui lentamente, in silenzio, la testa reclinata nell'oscurità, e il rumore del vecchio termosifone che gorgogliava. Dopo, appoggiata su un gomito, gli parlò della danza, della passione, della differenza tra la fame del corpo e l'amore e lì, nell'oscurità, la sua voce fluiva ritmica come lo scorrere dell'acqua, come la musica.
Ma lui l'interruppe per dirle:
-Come sei bella- accarezzandola con tenerezza e semplicità; non la stava ascoltando.
-Allora posso chiamarti qualche volta?-
-Certo che puoi- rispose lei, chinandosi su di lui, il sudore dei seni quasi asciutto, osservando il suo viso dal sorriso vuoto.
Lo guardò vestirsi- jeans, canottiera strappata e giubbotto mimetico-
Gli mise in mano il numero della sua lavanderia a secco.
No, non era il suo principe, non avrebbe mai potuto danzare con lui il Pas de deux.
L’attesa della sua vita continuava
Polvere, granelli di sporco appiccicati alla pelle, doveva lavarsi.
E si rifugiò sotto la doccia.

C’era una volta in mezzo all’Appennino una antica grande casa, circondata da boschi fitti di castagni, querce e agrifogli che l’isolavano dal resto del mondo.
In quel tempo lontano l’autunno arrivava improvviso: da un giorno all’altro i castagni si spogliavano e l’acero gigantesco del giardino iniziava ad arrossarsi come un tramonto estivo sul mare.
Allora cominciavano oziosi malesseri nel salotto viola, dove sopra una console francese il busto di marmo del Cardinale di Richelieu scrutava i presenti con un ghigno infausto.
La stagione marciva e l’umidore trasmesso dai boschi seminudi alle tappezzerie e agli arazzi vecchi di secoli ne risvegliava antiche muffe e odori latenti, mentre un afrore più intenso di fumo e di conserve s’esalava dalla cucina, dove Nilde riempiva di fresche verdure le antiche zuppiere piemontesi in forma di cavoli o di zucche, componeva gelatine di pere, sambuco e pomodoro
in vasi simili a quelli delle antiche farmacie, cuoceva castagne sul fuoco dell’enorme camino nella grande padella forata innaffiandole con il vino novello.
Il clima della villeggiatura si sfaceva giorno per giorno fino a quando nuvole basse e grigie cominciavano ad arruffare le colline e i monti intorno.
Allora il vento incattivito, che sbatteva come un groviglio di ossa gli alberi spogli, costringeva ad aprire i bauli di coperte scozzesi, sciarpe di lana, maglioni caldi e i ceppi cominciavano a bruciare nei caminetti di marmo e malachite zufolando come pifferi mentre le fiamme ancora umide e violacee riempivano le camere di fumo e di nere farfalle di carta.
Era il tempo di ritornare in città...
C’erano una volta degli autunni....


Stabilimmo di incontrarci a Venezia sotto il gruppo dei Tetrarchi, incastonato all’esterno della cella del tesoro di S.Marco.
Mi promettesti solennemente che saresti arrivato nel tardo pomeriggio e quando ti dissi che preferivo l’appuntamento all’aperto, sotto quelle statue bizantine che per me hanno un particolare significato piuttosto che in albergo, ridendo rispondesti:
-Come due innamorati, allora. A tra poco, prenoto io il ristorante per la cena.-
E questa volta non mi avresti deluso, non a Venezia, non avresti osato.
Ma dentro di me riaffiorò l’insicurezza di sempre, di quando ero bimba e ti aspettavo per ore, con il vestito della festa , inutilmente, perché qualcuno o qualche cosa all’ultimo momento ti aveva trattenuto.
Preferii arrivare all’ora di pranzo, in modo da godermi la “mia città” in solitudine, pensando a tutto quello che avevo da raccontarti.
Desideravo con tutte le mie forze che tu fossi orgoglioso di me.
Così, fuori della stazione di S.Lucia, reduce da un lungo, massacrante e noioso viaggio in treno, mi ritrovai in una Venezia ostile, nebbiosa, gelida.
Era il 28 Dicembre di alcuni anni fa.
Dopo aver depositato in albergo il bagaglio e disteso sul letto il vestito nuovo che mi ero preparata per la nostra cena, uscii, e cominciai a vagare senza meta, mentre pregustavo il momento in cui avremmo passeggiato insieme, il mio braccio appeso al tuo, in modo da poter odorare spesso la tua spalla- con la scusa di mormorati cose all’orecchio- e strofinarvi sopra il naso, come facevo da piccola, per annusare il tuo odore di papà.
Il tempo era livido, anche se un sole spettrale illuminava la Laguna, e i visitatori scarsi.
Io, che mi aspettavo di trovare una città logora, sfinita dalle invasioni del turismo di massa- come sempre mi capita quando ritorno a Venezia- riscoprivo invece tutta la giovinezza di un paradiso che fino allora avevo appena intravisto, percependo per la prima volta la sensazione di essere in presenza di una meravigliosa follia, universalmente accettata.
La Serenissima recitava, come al solito, a soggetto in una scenografia mutevole e abbagliante.

Solo allora capii il perché: la natura veneziana non è di monti o masse d’alberi, ma d’acqua e d’aria, elementi puri, quasi immateriali, non plastici ma di colore.
Così, inoltrandomi assente per calli e sestieri che non mi preoccupavo di riconoscere, il pensiero che tornava sempre a te, rivivevo i carnevali e le lunghe insonnie di piacere, le strade liquide, la confusione sapiente tra habitat terreno e galleggiante.
Mi pareva di camminare a mezz’aria, incantata, tra rumori rasserenanti per la loro regolarità: il canto degli uccelli dentro giardini fatati e il suono vibrante di mille campane.
Arrivai in una piazza deserta e all’improvviso fu il silenzio.
Allora una malinconia dolcissima, inquietante, invase ogni cosa, insieme alla luce senza vita, gialla e pallida di un sole morente.
Poi , di colpo, quel fievole chiarore si oscurò e ammassi di nuvole si addensarono su Venezia.
Le cupole, i marmi, i mosaici, gli ori si spensero di colpo, mentre l’acqua assumeva un colore livido, metallico, riflesso di una notte prematura.
Improvvisi brividi incresparono il manto d’acqua del canal Grande che si stirò nervosamente, inarcando la schiena come un gatto mentre un vento improvviso, freddo e tagliente, mi raggelò fino al midollo.
Quando arrivai in Piazza S. Marco- si avvicinava l’ora del nostro appuntamento-
notai che era quasi deserta, i pochi passanti andavano frettolosi, muovendosi a scatti come marionette.
Cominciò a nevicare, e per me fu una novità veder Venezia imbiancarsi.
Rapidamente un velo candido scese a ricoprirla, come se il mare, in cui stava sprofondando, si fosse trasformato in un oceano di neve che l’annegava dall’alto.
Ora i fiocchi cadevano fitti e io, sotto i rossi Tetrarchi che stavano mutando il colore dei loro mantelli lasciando scorgere chiazze di rosso quà e là come isole lucenti, aspettavo paziente.
Mi spostai solo un attimo, per arrivar al mare e vedere le gondole che parevano lumache nere fluttuanti sull’ovatta nel silenzio più assoluto, come se accompagnassero un funerale.
I miei pensieri, inconsciamente, si rivestivan di tristezza.
Ritornai in fretta alla mia postazione per il timore che tu arrivassi all’improvviso e non trovandomi ti dirigessi in albergo, privandomi, anche se per poco, della tua compagnia.
Ma dopo un’ora di attesa che passai a scrollarmi la neve dal cappuccio del parka
e a battere i piedi sul terreno per riscaldarmi-pensavo che se mi fossi messa al riparo per proteggermi tu non saresti mai arrivato come se ti dovessi, in qualche modo,”meritare” con un sacrificio- decisi che la nostra cena insieme era svanita.
Mi sentii all’improvviso delusa e triste, come mi capitava da piccola: l’ennesimo impegno importante, il traffico sull’autostrada o chissà che cosa ti avevano impedito di mantenere la promessa fatta a me e a Venezia, che pure ami moltissimo.
Sotto la neve che cadeva sempre fitta tornai in albergo.
Mi infilai a letto con un libro e una scatola di cioccolatini, la mia cena per quella sera.
Arrivasti a notte inoltrata: quando ti sentii aprir piano la porta per sederti al buio sul letto e accarezzarmi il viso e i capelli, ti chiesi solamente:
-Nevica ancora?-
Nel 1700 era ancora di gran moda a Genova la “triaca” o “theriaca”, antichissima medicina creata dal medico Andromaco ai tempi di Nerone.
In principio era conosciuta come antidoto infallibile per i veleni più potenti ed era composta da cinquantasette ingredienti, alcuni dei quali davvero particolari come carne di vipera, di rospo e di animaletti consimili nonché bitume e altre piacevolezze.
Con il passar del tempo se ne precisarono le virtù e divenne così una sorta di panacea universale; di conseguenza aumentarono anche i suoi ingredienti che divennero circa un centinaio.
Le sanzioni per chi tentava di ometterne qualcuno erano pesantissime: non solo veniva distrutta tutta la quantità di costosissima “triaca”, ma si giungeva anche alla perdita del diritto di esercitare la professione di speziale e al carcere.
Per motivi di salute pubblica ma anche finanziari questa medicina divenne monopolio governativo e la sua preparazione un vero e proprio rito al quale poteva assistere chiunque.
Ancora alla fine del XVIII secolo, a Genova, gli ingredienti venivano esposti nel cortile dell’Ospedale di Pammatone affinché tutti potessero vederli.
Questo costituiva una garanzia di genuinità ma soprattutto una valida pubblicità
per la “triaca” genovese rispetto a quella veneziana molto apprezzata all’estero.
Alla preparazione presenziava anche l’Arcivescovo.
Procurarsi gli ingredienti non era facile: già Galeno raccomandava di non raccogliere le vipere vicino al mare perché il loro effetto sarebbe stato diminuito dalla salsedine.
Importanti di tali rettili erano anche la forma del capo, il colore, denti e sesso (dovevano essere utilizzate solo le femmine, ma pensa...).
Comunque era costume non rivolgersi a cuor leggero a medici o stregoni, infatti molti si ritenevano sufficientemente esperti da curare da soli se stessi e gli altri.
Il notaio rapallese Giovanni de Amandolesio usava un rimedio antiemorragico che consisteva nel tracciare tre croci sulla fronte col sangue dell’ammalato, ripetendo per altrettante volte:
-Aglala,aglala, aglala-
Questo stesso rimedio lo usava il popolo che sostituiva l’inconsulta cantilena con:
-Sangue sta in te, come stette Cristo in sé-
Sempre a proposito di formule magiche uno scongiuro infallibile -risalente al genovese Mastro Salomone- contro l’idrofobia e i morsi pericolosi di qualunque animale consisteva nel ripetere:
-Ego te incanto ad honorem Dei et Virginis Mariae de serpe, de scorpion, de tarantual, de scorfano, de lupo et de cane rabioso-
Accanto a queste litanie e scongiuri esisteva tutta una farmacopea allucinante come mettersi una gallina nera squarciata e calcata sul capo a mo’ di berretto per combattere il mal di testa e la meningite, bere un bicchiere d’acqua o d’orina con tre pidocchi galleggianti per curare l’itterizia, mangiare cipolle cotte al falò di S.Giovanni contro i vermi e la febbre.
Attorno alla metà del 1700 ogni bottega di speziale doveva avere obbligatoriamente 134 sostanze che andavano dall’ ”Aceto di saturno” all’ “Aqua Cerasarum nigrarum”
-semplicemente acqua di ciliege nere- dall’ “Electuario discordio” di Fra Castoro ai “Millepiedi preparati” dal “Corno di Cervo filosofico” al “Sal di vipera”.
Seguivano i più rassicuranti e comprensibili Miele rosato e “Siroppo” di rose secche.
Ma mentre i salassi imperversavano apparirono all’orizzonte figure come il religioso laico dell’Ordine dei Capuccini, fra Pasquale, che a La Spezia cominciò a operare di cataratta (1754) diventando una vera celebrità per la riuscita dei suoi interventi.
Inoltre nel 1799 un giovane medico di Cogoleto, Onofrio Scassi, sperimentava per primo in Liguria e forse in Italia il vaccino antivaioloso.
Ma di pari passo riscuoteva enorme successo una nuova tecnica di pronto soccorso per gli annegati: quella che utilizzava la “macchina fumigatoria” che tutti gli speziali dovevano possedere per ordine del Magistrato della Sanità.
Si trattava di un clistere di fumo di tabacco.
Esiste anche la testimonianza di un salvataggio effettuato a Genova in darsena:
-Il sommerso, che era immobile e senza respiro,dopo aver “consumato” alquanto fumo di tabacco, cominciò a respirare e ad aprire gli occhi...-
Ho ritrovato su una bancarella di libri usati un testo di Rosalba Niccoli e Marcella De Ferrari che tratta della medicina popolare nella tradizione ligure.
Da lì ho tratto questo scritto.
Grazie Rosalba e Marcella anche a nome di chi si “diletterà”leggendomi.

Nel cupo sud del ‘500 visse Isabella Morra, una delle voci più originali della lirica dell’epoca, ”sexum superando”, come scrisse un contemporaneo.Erano i tempi in cui Francia e Spagna si contendevano il "mondo" e la guerra tra Francesco I e Carlo V insanguinava l'Europa.
A Valsinni, nella parte più interna della Basilicata, viveva, nel suo castello che a tutt'oggi è perfettamente conservato, un piccolo barone, Giovan Michele Morra, che, avendo sposato la causa della Francia, si ritrovò tra i vinti e dovette riparare a Parigi.
Era il 1528.
Nel feudo rimasero la moglie e i sette degli otto figli, tra cui Isabella, nata nel 1519.
In quella natura aspra e ostile, tra gente, familiari compresi, che non la comprendeva, Isabella, cresciuta leggendo il Petrarca e i classici, trovò rifugio nella scrittura e la sua poesia, spesso violenta, risentita e amara, fu per lei l'unica evasione possibile da quelle cupe mura che ne vedevano sfiorire la giovinezza.
Era una donna inquieta, come si capisce benissimo leggendo il suo Canzoniere: soffrì moltissimo per l'obbligata lontananza dell'amato padre e anche per quel cinquecento che se altrove era così scintillante, per lei, a Valsinni, si era tramutato in prigione senza via d'uscita.
Un giorno, all'improvviso, nella sua vita comparve l'affascinante figura di Diego Sandoval de Castro, colto poeta spagnolo- e quindi nemico dei Morra- proprietario di un feudo confinante, sposato e padre di tre figli.
Secondo le cronache dell'epoca Diego era quello che oggi si definirebbe uno "sciupafemmine".
Tra i due cominciò una fitta corrispondenza letteraria
Teniamo presente che Isabella aveva già 25 anni, non era certo una bambina.
Non si sa se i rapporti tra i due rimasero platonici oppure si concretizzarono in una infuocata relazione.
Fatto sta che la gente cominciò a mormorare, le dicerie giunsero alle orecchie dei fratelli di Isabella, tre dei quali, associando ai motivi di "onore" quelli politici, attuarono una sanguinosa vendetta.
I primi a essere giustiziati insieme a colpi di pugnale, nell'autunno del 1545, furono Isabella Morra e certo Pieretto che pare facesse da "corriere postale" tra i due, scoperto, secondo una cronaca di famiglia pubblicata nel 1629, mentre consegnava alla giovane una lettera di Diego Sandoval.
Quest'ultimo venne ucciso nello stesso modo dopo pochi mesi, in un agguato tesogli nel bosco di Noia (l'attuale Noepoli).
Dopo il triplice omicidio i fratelli ripararono in Francia presso il padre.
La produzione poetica di Isabella Morra a noi pervenuta sta tutta nel Canzoniere, breve quanto intenso e diverso da tutti gli altri contemporanei.
Composto di dieci sonetti e tre canzoni, fu ritrovato, secondo Benedetto Croce, dalla polizia spagnola tra le carte della poetessa assassinata.
Rimasta sconosciuta per circa tre secoli e riscoperta appunto dal Croce, Isabella Morra è oggi riconosciuta come una delle voci più originali della lirica cinquecentesca italiana.
Nei suoi versi, infatti, non c'è il mondo stereotipato, stucchevole e convenzionale delle Corti, bensì il vento che soffia tra le rocce intorno al castello di Valsinni e il rumoreggiar del fiume Siri-l'attuale Sinni- l'urlo dei rapaci notturni e il frusciar del vento tra i boschi, il dolore per l'assenza del padre tanto amato, il dramma della sua solitudine, in altri termini tutta la realtà di una contrada che, emblema della provincia meridionale così drammaticamente isolata ed emarginata, fu un tutt'uno col pianto di Isabella, in una dimensione che non è più individuale, ma suggestivamente geografica e sociale.
Riporto qui alcune delle sue composizioni:
Rima I
I fieri assalti di crudel fortuna
scrivo piangendo, e la mia verde etate;
me che 'n sì vili ed orride contrate
spendo il mio tempo senza loda alcuna.
Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,
vo procacciando con le Muse amate,
e spero ritrovar qualche pietate
malgrado de la cieca aspra importuna;
e col favor de le sacrate Dive,
se non col corpo, almen con l'alma sciolta,
essere in pregio a più felici rive.
Questa spoglia, dov'or mi trovo involta,
forse tale alto Re nei mondo vive,
che 'n saldi marmi la terrà sepolta.
Rima III
D'un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s'alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.
Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch'alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.
Ch'io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è l infelice lito)
che l'onde fenda o che la gonfi il vento.
Contra Fortuna alor spargo querela,
cd ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.
Rima IV
Quanto pregiar ti puoi, Siri mio amato,
de la tua ricca e fortunata riva
e de la terra che da te deriva
il nome, ch'al mio cor oggi è sì grato;
s'ivi alberga colei, che 'l cielo irato
può far tranquillo e la mia speme viva,
malgrado de l'acerba e cruda Diva,
c'ogni or s'esalta del mio basso stato.
Non men l'odor de la vermiglia Rosa
di dolce aura vital nodrisce l'alma
che soglian farsi i sacri Gigli d'oro.
Sarà per lei la vita mia gioiosa,
dè grievi affanni deporrò la salma,
e queste chiome cingerò d'alloro.
Rima VII
Ecco ch'un'altra volta, o valle inferna,
o fiume alpestre, o ruinati sassi,
o ignudi spirti di virtute e cassi,
udrete il pianto e la mia doglia eterna.
Ogni monte udirammi, ogni caverna,
ovunq'io arresti, ovunqu'io mova i passi;
chè Fortuna, che mai salda non stassi,
cresce ogn'or il mio male, ogn'or l'eterna.
Deh, mentre chì'io mi lagno e giorno e notte,
o fere. o sassi, o orride ruine,
o selve incolte, o solitarie grotte,
ulule, e voi del mal nostro indovine,
piangete meco a voci alte interrotte
il mio più d'altro miserando fine.
Rima VIII
Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch'io sento da presso il fin amaro,
fà tu noto il mio duolo al Padre caro,
se mai qui 'l torna il suo destino acerbo.
Dilli come, morendo, disacerbo
l'aspra Fortuna e lo mio fato avaro,
e, con esempio miserando e raro,
nome infelice a le tue onde serbo.
Tosto ch'ei giunga a la sassosa riva
(a che pensar m'adduci, o fiera stella,
come d'ogni mio ben son cassa e priva!),
inqueta l'onde con crudel procella,
e di':- Me accreber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d'Isabella.

I ragazzi che frequentavo allora
non erano raffinati,
andavano con ragazze che graffiavano
e mordevano,
non gliene importava niente
del potere e del denaro,
mi facevano l’amore
per tutta la notte.
Uno mi appendeva un cappello
alle tette,
l’altro mi tatuava una croce
sul sedere,
non gliene importava niente
dell’anima,
i ragazzi che venivano con me
non erano raffinati.
A quel tempo non sapevo né leggere
né scrivere
ridevo e cantavo
a squarciagola,
camminavo su una fune tesa
tra due grattacieli,
giocavo a moscacieca
con la vita.
I ragazzi che frequentavo allora
non sapevano che farsene
dell’arte,
l’Accademia era solo un riparo
per la pioggia,
potevano uccidere nel tempo impiegato
a rollarsi uno spino.
Dicevano tutto quello che gli passava
per la testa,
i ragazzi che dico io non erano
raffinati,
si muovevano le montagne
quando ballavamo,
con il nostro calore avremmo sciolto anche
l’Alaska.
Mi mancano quei ragazzi....

Nel mare di vetro
di un corpo distrutto
di un’anima persa
nel fumo di voglia
mi sono bagnata
tagliata
ricami di sangue
sui candidi seni
sui fragili polsi
il vetro si tinge
di strani colori
di albe e tramonti
di antica pazzia
il mare mi porta
liscio e sicuro
carezze di fauci
di un mostro
di vetro.
Traspare la vita
nel vivo ricordo
di un tempo lontano
di quando era il mare
di sale
la culla
di morbida onda
e non questo ruvido
vetro
che dentro mi scorre
percorre
aprendomi tutta
nell’urlo finale.
Post pubblicato su Rossovenexiano per il tema “mare di vetro”

Se vorrai ascoltarlo parlerà per ore
di quando quattordicenne,
le dita scorticate dal freddo,
inchiodava insegne sopra negozi scomparsi
nel nulla
e dipingeva fiori e spalle perfette
nei boudoir delle signore,
per finire a giocar interminabili partite
a scacchi
in una prigione lontana
con uno strano guardiano
vivendo a pane nero ammuffito.
Ti dirà di come riuscì a fuggire
passando il confine di un paese cancellato
guerre fa.
Raramente parla di pittura.
I giovani hanno tempo e teorie,
i vecchi lavorano
nella speranza che la morte si scordi
di loro.
Ha dipinto innumerevoli ritratti,
pallide facce senza nome,
lucenti di olio,
che sorridono compiacenti
sopra anonimi caminetti.
Ma ora la sua mano trema,
si accosta al cavalletto con faticosa
angoscia.
Eppure lui non conosce
l'odiosa rassegnazione.
Ricorda che tanti anni fa
in sogno
ha incontrato un dio cocchiere
che gli ha promesso un giro
intorno al sole.
Da allora lo sta aspettando
vicino al suo cavalletto nel mio giardino
sul lago.
Per lui i fuochi ancora
non si spengono.
A Ivan Mihàlic, che a 94 anni continua a dipingere sulle rive del lago, ospite nel mio giardino e spesso nella mia casa; non è famoso, siamo in pochi a comperare i suoi quadri, ma a lui non importa, perché crede in sé stesso e nella sua arte; e nel cioccolato caldo che la mattina, quando mi è possibile, beviamo insieme.

Nel 1925 in Russia l’Armata Rossa aveva spazzato via anche le ultime tracce dell’Armata Bianca.
In quel paese sconfinato si era verificato uno dei più grandi e profondi sconvolgimenti che la storia ricordi.
A Leningrado, sui muri scrostati della stazione ferroviaria puzzolente di acido fenico usato come disinfestante per i pidocchi, spiccava la scritta:
-Lunga vita alla dittatura del proletariato; chi non è con noi è contro di noi-
Quando scesi stremata dal treno proveniente dalla Crimea rimasi un attimo a fissare quelle parole, con il piede sospeso sullo scalino di legno del convoglio.
Poi trascinandomi dietro uno stracciato fagotto che conteneva tutta la mia vita, mi diressi stancamente verso l’uscita.
Due soldati mi rivolsero la loro avida attenzione.
Conoscevo quello sguardo, avevo 12 anni quando gli uomini cominciarono a fissarmi così: fu allora che mia madre e Lydia iniziarono a pregare per la mia anima posseduta sicuramente dal demonio
La ventenne Maria Petrovna, detta Marussia, arrivò a Leningrado in pieno caos sociale e politico: era bellissima e soprattutto dotata di un innato portamento aristocratico che neppure l’informe abito che indossava riusciva a dissimulare.
Quello che si ricorda di lei con assoluta precisione è quel berretto di maglia verde che portava, nonostante il caldo, a coprire di sghimbescio i ricciuti neri capelli .
Un tempo ero stata ricca, ma ora avrei dovuto lavorare, nella nuova Russia, perché le fabbriche di mio padre erano state sequestrate dalla Rivoluzione.
Provai di tutto, mi iscrissi anche all’università per diventare ingegnere, ma non mi riusciva di lavorare e studiare insieme, avendo a disposizione solo minestra di miglio e una stanza da dividere con altre tre persone.
Sbalzata in un mondo che mi era ostile, morti i miei genitori e Lydia uccisi dal tifo, le fatiche e i sacrifici di quella rivoluzione che stava sconvolgendo l’equilibrio mondiale non facevano per me.
E, cosa più importante, non mi sentivo più Russa in quella società così cambiata: volevo disperatamente l’Europa, quella che sognavo sempre, che aveva visto in qualche spezzone di film tedesco, volevo locali scintillanti dove danzavano belle donne con calze di seta, lussuosi ristoranti, voleva dimenticare il passato e ritrovare tutto quello che avevo perduto.
Insomma quell’Europa che stava al là della frontiera e che guardava con curiosità e sgomento alla nuova Russia.
Diventai anche l’amante di un grosso esponente del partito comunista, Andrei Taganov, famoso per la dedizione assoluta al partito; si diceva che dormisse solo con la bandiera rossa, questo fino a che non mi incontrò.
Ma mi lasciò con orrore quando capì che mi servivo di lui solo per poter fuggire dalla Russia dei Sovieti, dalla “sua” Russia.
Chiesi un passaporto per l’Estero, che naturalmente mi fu rifiutato e non solo per la storia con Andrei; in effetti non ero una brava cittadina sovietica, disertavo le riunioni, non socializzavo con gli altri giovani studenti come me. Poi c’era la mia ex-ricca nobile famiglia distrutta a marchiarmi per l’eternità.
Allora decisi di fuggire attraverso il confine lituano, durante l’inverno, indossando, per confondermi con il bianco della neve, l’abito di nozze della nonna che ero riuscita miracolosamente a salvare e una vecchia giacca di pelliccia spelacchiata e bianca.
Maria, abbandonata la stazione ferroviaria dispersa in un punto imprecisato tra la neve dell’immensa Russia trovò rifugio in una baracca di legno, convegno di disperati come lei, dove dietro lauto compenso venne rifocillata e poté cambiarsi.
Le consigliarono di aspettare la notte fonda.
Portava ai piedi stivaletti bianchi, la coda del lungo vestito di pizzo appuntata in vita con spille di sicurezza, sulle spalle la giacca di pelliccia spelacchiata.
Mangiò una calda minestra di cavoli, poi si avvicinò alla porta.
-Cammina quanto più puoi , senza fermarti- le raccomandò un gigantesco uomo biondo- quando vedi una guardia, striscia. Dovai andare avanti per tutta la notte-
-Grazie- mormorò lei mentre richiudeva la porta dietro di sé.
La neve le arrivava alle ginocchia e ogni passo era una fatica sovrumana; attorno vedeva un azzurro che non era azzurro, una muraglia che le pesava addosso sempre di più.
Davanti non aveva luci e sapeva che quelle dietro di lei erano sparite da un bel pezzo.
Le ginocchia le dolevano per l’acuto dolore dei muscoli troppo tesi, mentre aghi brucianti le trafiggevano le guance.
Sentiva solo il fruscio della neve sotto le scarpe che affondavano, sapeva di camminare da ore, ma l’unica cosa che riesciuva a pensare era :
-Andare a Ovest, riuscire a scappare, lasciarsi tutto alle spalle, l’Europa mi sta aspettando-
Nei bianchi guanti le dita le bruciavano per il freddo.
Ad un certo punto si accorse che le gambe non erano più le sue, si muovevano sotto di lei come si muove una ruota, come leve che si sollevano senza fatica.
E non era più stanca, stava bene, avrebbe potuto camminare così per giorni...ma un dolore improvviso tra le scapole la fece vacillare.
Poi, dopo un tempo che le parve eterno, si accorse che aveva iniziato a marciare di nuovo.
In un punto imprecisato c’era un confine, bisognava oltrepassarlo.
Ora non aveva più bisogno di comandare alle gambe di muoversi, le pareva di correre.
La guidava l’istinto animale della sopravvivenza, ben vivo anche nella disperazione.
E mormorava con le labbra semicongelate:
-Sei un buon soldato Marussia, un bravo soldato-
All’improvviso vide una figura nera che si muoveva in una linea retta attraverso le colline e l’orizzonte.
Cadde bocconi, mentre la neve le mordeva i polsi sotto le maniche e il cuore batteva furiosamente.
Poi alzò il capo e iniziò a strisciare lentamente in avanti.
Il soldato cittadino Ivan Ivanov al suo paese aveva una fidanzata diciottenne grassa che non vedva l’ora di riabbracciare, quando avrebbe finalmente abbandonare la pattuglia di confine.
Camminava lentamente nella neve, soffiando sulle mani gelate, quando vide qualche cosa che si muoveva lontano in tutto quel biancore.
Ebbe l’impressione che non fosse nevischio.
Gridò:
-Chi va là?-
nessuna risposta; poi:
-Venite fuori, o sparo...-
Ancora silenzio, allora il soldato si grattò perplesso il collo e poi fece fuoco.
Una fiamma turchina ruppe le tenebre e un’eco profonda rimbombò lontano.
Nessun suono e nessun movimento fecero eco allo sparo.
Ivan Ivanov avrebbe dovuto andare a vedere, ma era troppo freddo, la neve troppo profonda, così pensò:
-Sicuramente era un coniglio-
e continuò la sua strada.
Immobile stesa bocconi le braccia tese in avanti, osservavo una macchia rossa che si allargava lentamente sotto di me.
Mi alzai a fatica sulle ginocchia e mi accorsi con stupore di essere ferita e di non provare dolore.
Potevo camminare; vacillando, con le spalle chine in avanti, la mano premuta sotto il seno sinistro per fermare l’emorragia, avanzavo, inciampando e barcollando, mentre gocce rosse di sangue cadevano sulla neve dall’orlo della gonna.
Non sentivo dolore, l’ultimo resto della mia coscienza era raccolto nella volontà di arrivare al confine, mentre le gambe diventano sempre più deboli.
Il capo mi cadeva in avanti e improvvisamente mi trovai stesa sulla neve; provai a rialzarmi e scivolai lungo un pendio giù per la collina..
Svenni; quando riaprii gli occhi mi accorsi di essere sull’orlo di un burrone; laggiù sotto di me si stendeva una sterminata pianura di neve che iniziava a risplendere di rosa e arancione colorata dalla luce dell’aurora.
Un albero solitario si innalzava lontano, i rami sottili e neri non avevano raccolto la neve.
Aspettava fiducioso una nuova primavera.
Sapevo di dover morire ma non aveva più alcuna importanza per me..
E sorrisi: il mio ultimo sorriso a tutto quello che, ora ne ero sicura, avrebbe potuto essere.
Così incontrai la mia morte il 13 gennaio del 1926 sotto il fuoco di un soldato di frontiera che da lontano nel nevischio mi aveva scambiato per un coniglio.
Avrei compiuto 21 anni nel febbraio seguente.
Manfredonia, alias James, Poeta di razza che stimo moltissimo, ha scritto questa Poesia per Marussia:
suite per marussia
Genio-sogno vento
mi porti tutti i profumi