
Un odore africano saliva dal golfo
attraverso la scogliera
coll'aumentar dell'umido libeccio.
Gli alberi del parco s'impennavano
come cavalli sul punto di saltar
la staccionata.
Solo le petunie e le campanule
se ne stavano immobili
sedute sulle pietre dei sedili
come vecchie signore
paralitiche
un poco spettinate dopo la festa
del loro compleanno.
Le bignonie rampicanti
adagiate
dentro la larga culla del muro rovinato
vibravano danzando
in bagliori d'arancio
nel lividore della sera.
Un fico d'india graffiava i vetri
con le spinose unghie.
-Questa notte non dormiremo-
sussurrò qualcuno.
Impaurita mi rifugiavo tra le tue braccia
dietro una sigaretta
e un giornale.
La casa palpitava agli assalti del vento
che correva sui tegoli
e precipitava dal tetto come un ladro
maldestro.
Dalla scogliera saliva il fragore del mare
cupo e compatto,
muro sonoro che le note degli infissi
-flauti violini timpani-
tentavan di sbrecciare.
Sul tetto della grande casa
il gallo di latta
gemeva indeciso scricchiolando
testa e coda in rotazione
incerta.
...Ma quella notte non piovve:
vidi una luna coronata
slittare lentamente sulla cima
dei cipressi...
Allora mi addormentai nel tuo calore.

T.de Lempicka
Conoscevo davvero Giulia,
attorno a lei si diffondeva una luce azzurrognola.
Parlava con voce rauca
non tanto per nicotina, caffè, grappa
quanto per il percorso faticoso
dalla tana della sua anima dove la porta era sempre
socchiusa.
Ottima attrice tra un'uscita in scena e l'altra leggeva i filosofi.
Non era affatto avara del suo corpo
Tuttavia come una vera bambina sapeva ancora
arrossire.
Anche se molti la insultavano soltanto per averla nel letto
con una carezza potevi portarla con te per poi abbandonarla
sul bordo del sentiero.
Leggeva i suoi filosofi e accendeva una sigaretta dopo
l'altra
Sembrava non avere neppure una casa, tanto le era tutto
indifferente.
In realtà era venuta al mondo con le valigie
stracolme
e avrebbe potuto avere tutto ciò che desiderava
se solo lo avesse voluto.
Persino gli uomini di una certa età si rianimavano accanto a lei
così assente,
tornavano ad amare la vita con il sangue che trasportava
voglie mai sopite.
Non se ne preoccupava- per lei aveva un senso
la loro penosa insistenza-
Un giorno si guardò allo specchio e non vide più
la sua immagine,
capì che lo spettacolo era finito, la compagnia si scioglieva.
Alla fine se n'è andata per sempre,
con un libro tra le mani,
e un singulto di tosse
sulle pagine sgualcite.
A Giulia

L’uomo sotto il letto,
l’uomo che ho aspettato per anni,
silenzioso come il volo
di un rapace notturno,
l’uomo che ha il respiro
di una piccola farfalla bianca,
l’uomo nello specchio
che sfiora la mia bocca con il fiato,
l’uomo che fa rotolare le palline di canfora
nei vecchi armadi,
l’uomo alla fine della strada…
L’ho incontrato stanotte,
lo incontro sempre,
nell’atmosfera ambrata di un bar,
quando le coppe,
curve come dita che chiamano,
scintillano stanche nelle nostre mani.
Quando il ghiaccio si incrina
e sto per cadere
lui spalanca su di me gli occhi senza pupille.
Per anni mi ha atteso:
ora dice che voleva solo riportarmi
a casa.
Balliamo il tango nella strada,
perfetti nel gancho e nella
mordida,
mentre il suo fiato scrive parole di nebbia
sul vetro delle mie guance.
Mi avvolgo attorno a lui,
morbida come l’oscurità.
Respiro la mia paura nella sua bocca,
incollo il mio ventre al suo
per farlo diventare un uomo.

La ferocia che ci governa è amor di sale
e fiele.
Così ho disseppellito il tuo corpo
per trovargli un letto migliore
che non sia la mia carne
dilaniata da te con freddo ingegno
e crudele pazienza
[quando]
conobbe la tua carne
come un gancio che strazia
come un cibo che sazia
come una grazia per grazia ricevuta
e maledetta.
Ora
pugnale tra i denti,
cicatrici di guerra sui seni,
artigli laccati,
è il mascara viola ad asfaltare i graffi
sul mio volto
mentre ansimando respiro la terra
e annuso l’aria
tra primitive felci e umani penetranti
odori.
Ma il viaggio che ci aspetta
è lungo:
saprò sopportare la tua morte
che avanza di giorno in giorno,
mentre il silenzio mi uccide di ricordi
a frammenti?
Maschera d’amore ho chiuso gli occhi
mentre ogni dettaglio
ridendo
diviene polvere.
La mia pelle è acqua,
la lingua fuoco
i miei fianchi han profili di pietra:
nel mio ventre disperato e nudo
ho nutrito la vendetta.

L’enorme luna di Luglio
ingigantita dalla lente temporalesca del vento
sale i gradini verdedorati
di una pianta esile e altissima
dai radi pennacchi:
l’agave dell’ultima stagione,
bella nella sua generosa agonia
come il rifiorire terrestre di un’anima
prima del Ritorno,
come la morte che si veste
a festa.
E mentre la luna lentamente scala
quell’unico fiore diventato albero
prima della fine,
sull’oscura lama dell’orizzonte,
dove sbocciano gli immensi asfodeli
dei lampi
che subito appassiscono in tuoni remoti,
sbuca, dietro Capo Rosso, a vele spiegate,
il veliero di mezzanotte,
candido come un cirro, un gabbiano,
il ventre lucente di un’orca,
puntuale e calmo come un nemico fatale
ormai senza battaglie da combattere,
senza destinazione,
simile a un memoriale marino
di antichi naufragi.
Intanto la notte di luna piano piano
si sta rannuvolando
quasi fosse
un enorme crisantemo bianco
pronto a sfogliarsi
per trasformare il cielo
in un arazzo di Rubens.

Ma tu mi ami?- insisti.
Io non provo nulla.
La passione un ricordo.
La mancanza un'eco.
L'assenza una salvezza.
La gelosia un rimpianto.
Il tradimento una necessità.
I sensi di colpa soltanto nostalgia.
La vita un'abitudine.
L'abitudine noia.
La noia una dipendenza.
Che cosa è successo al nostro amore
delle tempeste?
Quand'è che i fuochi si sono spenti?
Forse in una qualche mia assenza, mentre ero molto impegnata
altrove
magari a scrutare l'orizzonte in cerca di nuove terre
da esplorare,
spinta dalla mia solita irrequietezza sentimentale,
l'insofferente e continua ricerca del Graal,
di quel posto in prima fila
alla presentazione del surreale film da 30 Oscar:
Felicità.
Solo che i biglietti per la prima sono sempre esauriti.
Nessuna replica.
E ora noi siamo un palloncino senza etere,
un cachemire infeltrito
un pacchetto di auguri che non apriremo mai,
una strada senza uscita,
una casa senza finestre.
Binari morti.
Cassandra Crossing.
-E se ti rispondessi di no?-
mormoro guardandoti negli occhi.
Colonna sonora.
Titoli di coda.
That's all, folks.
Per questa volta....

Lui le morse il cuore
e le entrò nel sangue per sempre.
Lei gli baciò le labbra
e cambiò il nome della sua canzone.
Ma furono brevi i giorni del vino
e delle rose.
Poi lei divenne un giocattolo di carne
l’ennesimo gomitolo
con cui divertirsi
in pensieri di gatto annoiato.
Allora Marta indossò mille maschere:
mille donne diverse in inutili giochi di piacere.
Infine fu clown, ridotta a far parte del suo circo,
remissivo animale in gabbia davanti alla sua frusta.
Gli offrì una complicità inesistente,
falsa, dolorosa,
morendo ogni giorno un poco di più
fino a che non sentì i giorni scivolarle via
come acqua tra le dita.
Tentò di andarsene, senza riuscir ad allontanarsi da lui.
Allora cercò di capire
il gioco a incastro del suo cuore:
si accorse così che lui lo riduceva continuamente in pezzi
per ricomporlo velocemente
con precisione estrema.
E capì che non l’avrebbe mai lasciata andare.
La finestra era grande, piena di luce
e il cielo così vicino...
Fu l’ultima cosa che vide, tutto quell’azzurro,
prima di sprofondare nel rosso caldo del suo cuore
frantumato sull’asfalto.
a Marta

Mentre il vento arriccia il lago
e i pensieri
disintegrando le nuvole
con affilata scure,
mi accorgo, guardandoti,
che c’è un qualche sentore
di morte annunciata
anche nella più giovane e affascinante
delle donne,
quella che porta in giro
la propria bellezza
come un uccello tropicale.
Una doppia immagine
speculare e antica.
Nell’una la dea corre e ride
e nell’altra giace in un letto
-il viso levigato, tagliente la carne
che ricopre le ossa-
coperta da un sudario
di trine.
E’ la sua stessa pelle
che lo ha ricamato
con allegria fatua
e funereo zelo.

Ofelia figlia
di sotterranei regni
sogna del fauno
labirinto di pietra
che odora di sangue
la Spagna piange
la libertà perduta
Ofelia sogna
di demoni e fate
...e l’orologio corre
memoria chiave
per disserrar le porte
del mondo oscuro
al martirio d’Ofelia
...e l’orologio corre
Il labirinto del fauno è un film fantasy del 2006 diretto da Guillermo del Toro, ambientato in Spagna nel 1944: Francisco Franco ha vinto la guerra civile e poche sacche di ribelli reastano sulle montagne.
Il film si è aggiudicato tre premi Oscar nel 2007.
Bello, sognante, crudo con un finale da pugno nello stomaco, vist e rivisto non so quante volte per ri-perdermi in quell’orologio che ossessivo scandisce il tempo, Il labirinto del fauno è un prisma sconvolgente, dove luce e tenebra affollano di simboli una realtà-solo tragicamente-onirica. La piccola Ofelia ha il tocco divino della fata intrappolata in un incubo di cristallo opaco,e risulta portentosa la fusione indistinta fra la realtà percepita con tutti i cinque sensi schierati a rapporto(lo scenario della Guerra civile spagnola contro le milizie franchiste) e quella elaborata con la sola fantasia,ma una fantasia intrisa di polvere da sparo e autodistruzione(la missione del labirinto e i decreti militari del fauno).E la fantasia si nutre anche del degrado umano .
Moltissimi e splendidi i richiami mitologici che ne danno chiavi di lettura diverse.


Penso a te come a una mezzaluna
affilata
in un cielo d’Oriente:
mentre loro dormono
ne falci con noncuranza
le teste.
Sei un nichilista
senza passione
con la tua gratuita risata,
quella della forca
e del potere.
Le tue parole così leggere
volano
ma non ha ali
ciò che resta di loro.
Potresti scrivere un romanzo
d’amore e di sesso
con il deserto che ti divora
dentro
come un vecchio che vive
di ricordi,
un vampiro che si nutre delle altrui
illusioni.
Oppure un’anima cieca.
Il nostro
è un incestuoso idillio,
spirale
di funesti giochi.
Fuori, nel freddo di questo lungo
inverno,
sui prati gialli arsi dal gelo,
volano bassi i corvi
striduli, astuti, crudeli.
Ti ascolto ridere dentro di me
con quella tua risata
gratuita
che mi ferisce.
Mi volto e i visi
sono seri.
Ora so che il mio sguardo
non è più di bambola adorante
e ricciuta,
se ne è andata per sempre
l’oscura profondità
dei giocattoli,
insieme a quella impassibile rigidità,
a quel languore
di fanciullezza beata.