
Lui le morse il cuore
e le entrò nel sangue per sempre.
Lei gli baciò le labbra
e cambiò il nome della sua canzone.
Ma furono brevi i giorni del vino
e delle rose.
Poi lei divenne un giocattolo di carne
l’ennesimo gomitolo
con cui divertirsi
in pensieri di gatto annoiato.
Allora Marta indossò mille maschere:
mille donne diverse in inutili giochi di piacere.
Infine fu clown, ridotta a far parte del suo circo,
remissivo animale in gabbia davanti alla sua frusta.
Gli offrì una complicità inesistente,
falsa, dolorosa,
morendo ogni giorno un poco di più
fino a che non sentì i giorni scivolarle via
come acqua tra le dita.
Tentò di andarsene, senza riuscir ad allontanarsi da lui.
Allora cercò di capire
il gioco a incastro del suo cuore:
si accorse così che lui lo riduceva continuamente in pezzi
per ricomporlo velocemente
con precisione estrema.
E capì che non l’avrebbe mai lasciata andare.
La finestra era grande, piena di luce
e il cielo così vicino...
Fu l’ultima cosa che vide, tutto quell’azzurro,
prima di sprofondare nel rosso caldo del suo cuore
frantumato sull’asfalto.
a Marta

nelle tenebre finali
prima di dissolvermi nel nulla?
Non gli attimi fiammeggianti
di passione e potere
di questo tranquillo pomeriggio
estivo
il chiocciolio
della piccola sorgente
tra guanciali di muschio
il canto liquido e melanconico
del reattino
il ronzio delle api selvatiche
sul pergolato
l’improvviso agitarsi
di un merlo
nella siepe di rovi
il profumo di resina dei pini
dopo la pioggia
le piccole farfalle azzurre e gialle
sui fiori bianchi delle more
il grido rauco
della poiana sopra le rupi
[e]
i tuoi calzoni smilzi
di ragazzo cresciuto troppo
in fretta
i capelli ricci e scuri
che profumano di mare
e caprifoglio
gli occhi color della castagna
che ridono nel sole
[e]
la tua mano
che lenta mi sfiora
un seno
sopra la stinta camicetta
bianca.

Noi abbiamo un giardino segreto, la chiave è fatta di luce e di vento.
Una per ciascuno ma funziona solo insieme alla compagna.
Lì ci nascondiamo al mondo e tra orchidee violette e maripose bianche lucidiamo di carezze i nostri corpi, ci annulliamo nel piacere della “petite mort” per risorgere nella gloria delle occhiaie e di una stanchezza languorosa testimoni del nostro volerci affannato.
Il giardino allora risplende con noi, fioriscono improvvisi gli ibisco dei Caraibi enormi, stellati, color oro di tramonto e fiori di loto rosso carminio e azalee del giappone rosa magenta.
Profuma di mille essenze ma la più forte, la più intensa è quella che si leva dai nostri corpi in amore.
Nessuno lo conosce, è il nostro Eden: ne oltrepassiamo il cancello verso il tramonto, sotto un cielo striato di vermiglio, mandarino e blu cobalto. Facciamo l’amore su letti di quadrifogli in fiore, tu mi dipingi il sole tra le cosce mentre io socchiudo le labbra nel piacere dell’attesa.
La nostra cena è il sospiro sottile del vento e l’aroma delle spezie che galleggiano nel sogno a notte fonda.
Nel nostro amore scorrono i millenni. Lì, nel giardino segreto, faremo un bambino che ci sarà carne, respiro e vita.
E nella parola “per sempre”brilleranno giorni d’argento e minuti di purissimo fuoco.
Ma tu...non perdere la chiave ...non la ritroveremmo mai più e il giardino scomparirebbe in un lampo nella voragine del tempo.

Eccoli
ci sono proprio tutti
lo sguardo sulla mia bara
visi tristi
qualcuno piange.
Vi osservo
ascolto i vostri pensieri
e rido.
Lucinda la bella
l'amica del cuore
magnifica in nero:
Ti volevo bene
anche se eri un tantino
mignotta
e della specie peggiore
sesso, cervello
e cuore
ti ho odiato, invidiato
ma ora sei morta
è davvero finita
Rinaldo il compagno
di letto
l'amante impetuoso
doloroso lasciarti:
Rivoglio il tuo corpo
il nostro amore gioioso
i tuoi orgasmi violenti
la tua bocca vorace,
voglio entrarti nell'anima
quante volte ho tentato
ma ora sei morta
è davvero finita
E ascolto voi tutti
vestiti a lutto
future friabili ossa
tanto cari:
Che pena
era così giovane
così simpatica
così bella
così stronza
così piena di sé
così intelligente
così infedele
così così così...
Sparlate sparlate
poveri stupidi mortali
l'eterna lotteria dell'aldilà
mi ha favorito:
Humphrey Bogart mi aspetta
stasera
a Casablanca
sparlate e sperate anche voi
in un favorevole sorteggio.
Dedicata a Marco Saya, alla sua inseparabile Gibson, a Marylin Monroe che lo aspetta a cena... e al “suo funerale" .

Nel bellissimo castello del Tempo, in cima al monte più alto dell’universo, si incontrarono un giorno, per caso, Primavera e Autunno: lei, giovanissima, frizzante, bionda e luminosa, vestita di un corto e leggero abito variopinto intessuto con le gocce di rugiada del primo mattino, lui, di mezza età, elegante e severo in un compassato abito grigio.
E fu amore a prima vista, tra lo sbalordimento generale di tutti gli abitanti il castello del Tempo, che, come sovrano, sornione se la rideva chiuso nelle sue stanze.
Nessuno riusciva a capire come fosse possibile un tale connubio.
-E’ una storia inaccettabile, uno scandalo - si mormorava -Primavera può innamorarsi solo di Inverno o di Estate non di Autunno: è immorale...-
Ma intanto i due continuavano la loro storia d’amore perduti l’uno dell’altro senza curarsi minimamente di che pensavano gli altri o di quel che stava succedendo sulla terra a causa della loro peccaminosa intesa.
Uragani mai visti flagellavano interi continenti, calori apocalittici essicavano fiumi e sorgenti, piogge torrenziali minacciavano di far tornare il Sahara un immenso mare.
Furono interpellati fisici, naturalisti, astronomi e astrologi, scienziati di tutto il mondo, rna nessuno seppe dare risposte convincenti: chi accennava al buco dell'ozono, chi tirava in ballo addirittura Eistein e non si sa quale delle sue teorie, chi si rifaceva alle più nefaste profezie bibliche o a quelle incomprensibili di Nostradamus.
Tutti erano però d'accordo nell'affermare che mai, nella storia dell'umanità, si erano verificati eventi simili, quindi si cominciò a dare per scontato che l’ultima profezia Maya indicante come prossima la catastrofe universale stava per avverarsi.
Intanto Primavera e Autunno vivevano felici la loro storia d'amore: si incontravano ai confini del mondo, nell’Isola che non c’è, lei arrivava reggendo sulle braccia ghirlande di sogni e una cornucopia colma di gioia e tenerezza. Si sdraiava al fianco del suo amore e subito dagli occhi d'Autunno spariva la malinconia, il grigio si tingeva d'azzurro e l’inquietudine di quella morte che sentiva avanzare dentro di sé spariva per trasformarsi in un canto di gioia.
Il loro amore stupiva perfino la Luna, anche il Signore Tempo ne fu conquistato tanto da fermare il suo cammino al limitare dell'eternità.
Vivere con Primavera era diventato per Autunno una necessità, la sua unica aspirazione di vita, con lei era rinato e se ne compiaceva in ogni attimo di respiro.
Ma un giorno, un brutto giorno, Primavera si fermò un istante, solo un istante, a confortare lnverno, che senza di lei si era sentito perduto.
La gelosia allora iniziò a devastare il cuore di Autunno: divenne sospettoso, cominciò a incolpare Primavera di averlo tradito, le rese la vita impossibile con le sue accuse infondate , tanto che lei, sfinita e inaridita da tutto quell’amore trasformatosi in un mostro che la stava divorando, fuggì per sempre lontano da Autunno.
Lui allora capì e si sentì crollare il mondo addosso: tentò con ogni mezzo di riconquistarla ma tutto fu vano: Primavera era già lontana; aveva ritrovato la propria vita e ripreso a giocare con la leggerezza dei suoi venti e dei suoi colori.
Da allora tutto è rientrato nella normalità: Primavera segue sempre Inverno e precede Estate e non si incontra più con Autunno, ma in fondo al suo cuore è rimasta “saudade”per quell'amore impossibile.
Autunno invece piange ancora, ma è nella sua natura, è sempre stato così romantico e piovoso....

So dove le rotaie
finiscono
e il treno continua ad avanzare
nel silenzio.
So che sarà una stazione
senza nome.
I miei capelli sono ariani
hanno il colore
del grano maturo.
Il mio nome è pagano.
I miei occhi
più azzurri del cielo
di Baviera.
Ma lui vede la stella di Davide
nel mio ombelico.
La vedrete anche voi
nel mio ultimo
indimenticabile
strip
al "Dachau Casinò"
Fräulein
Qualcuno mi tocca
per svegliarmi
e la mia mano, vigliacca,
si alza a salutare
quell'uniforme
ruvida
che è un uomo.
Lui fora il biglietto
con gesto deciso
poi la sua faccia rotonda
mi sorride
nella luce del sole
come quella di un bambino
grasso.
Fräulein
Signori, lo spettacolo
è solo rimandato:
conservate
i posti a sedere.
Dedicata a Deanna morta nel campo di concentramento di Dachau a 30 anni

Aceri rossi, lecci, smeraldo d’abeti,
ombre, fantasmi, respiro
d'attesa.
Il giorno si spegne nel mio freddo Nord.
Abbraccio che incendia, le dita intecciate
l’oro diffonde in rossi damaschi
un piccolo tavolo
-La bella signora vuole una rosa?
signore compri una rosa
per la sua dama-
sorrisi d'intesa
le prede si annusano
accarezzo la rosa mentre
m'invento una farfalla ubriaca
che danza sull'orlo della coppa
ricolma
un mambo diabolico.
-la magia dei cerchi nel grano
la nostra -
Sorrisi, parole, inutile
gestualità.
Il desiderio serpente corallo striscia
ondeggiando tra fiori, posate
e mani che lente si sfiorano.
In un sorso rubino galleggia
in scintille
una foglia di rosa.
Moribonda farfalla impazzita volteggio
nell'ultimo giro di ebbrezza.
Poi è trasparente
di puro cristallo il cocchio veloce che ci porta
alla festa.
La nostra.
Sorrido ai tamburi di voglia
che ostinati percuotono il ventre
il domani è lontano, lontani i miei giorni.
Tace la voce del mondo tra il velluto
dei muri
mentre la nostra confusa
accende roghi di carne
in convulsi affrettati
respiri.

Voglio una casa per questo amore
di latta
benedetto in chiesa sconsacrata
per quando ci scalderemo ai fuochi fatui
dei nostri spenti soli
leggendo le ore di una lunga insonnia
nello scintillio dell’Orsa e del Leone
per quando ascolteremo il monotono russare
del mare
sul lido delle nostre scale corrose
quasi fosse un vecchio marinaio
ubriaco di salsedine e di rhum
per quando berremo le giornate d’afa,
l’azzurro ghiaccio dell’aria rarefatta
e avremo intorno al candore dei guanciali
nastri di nozze pagane e mazzi di oleandri
rossi di brace
a far del nostro sogno di cristallo
divina melagrana di bambini

Dichiaro a te la mia devozione
le tue caviglie premono forte
sulla mia schiena e sulla fronte
svaporano al rosso le lacrime
del tuo esser falena nuda
parole liquidamente afferrate
separano in fessure ardenti
quel che tu sai dire di me
fata strega arlecchina diamante
fino a che il mistral non arrivi
a sfibrare questa finestra da
dove intravedo l'azzurro freddo
del mare,
fino a che qualcuno non bussi alla porta
e incida parole d'avorio
che dimostrino, pure,
la nostra impassibile, drenata passione
fino a che raccoglier da terra i nostri vestiti
non comporti altra fatica che gettarli
alle ortiche.

Tra la mia testa e la volta stellata
viaggiano sogni come zingari Rom
di Praga
non v'è traccia di un sentiero nel folto
dell'umido bosco
non ci sono luci a mostarmi il cammino
eppure ti sento in respiri di pelle,
solo un piccolo solitario pensiero attraversa il buio
pattinando nella triste stagione
dell'esserci annusati
e mai dimenticati nei giorni scontenti
dell'assenza.
Ora mi incantano più di coralli i tuoi capezzoli
accesi,
appendo distratto le mie dita, labbra e sapienza
per ricamare sul tuo piccolo seno
nidi d'ape e sentieri di sonno.
Abbiamo scoperto nel buio
la perfetta simmetria della fiamma,
la lucerna tremolante del desiderio
gocciola olio purissimo sulle nostre labbra
scia luminescente che cavalca le stelle
mentre la brezza del tuo sorriso
odora di malizia
nell’eco di una domanda:
lo vedi il delicato azzurro al centro delle cosce
il rosso tremolante dei fianchi
illuminato dalla pallida lanterna del cuore?
Sempre lo vedo, sempre lo accolgo nel mio volerti
quando
nel finale torrefatto del bianco godere
ricamo sulle labbra ideogrammi di baci
e di parole.
